Negli ultimi mesi ho fatto una scelta particolare.
Per un prodotto digitale di mia proprietà ho deciso di fare personalmente la formazione ai clienti.
Non delegarla al customer service. Non delegarla al team.
Volevo capire direttamente l’impatto reale della tecnologia sui micro-imprenditori.
Così ho fatto oltre 630 sessioni di formazione con:
parrucchieri, ristoratori, ottici, carrozzieri, estetiste, farmacisti, ecc…
Persone che lavorano duro. Persone che tengono in piedi l’economia reale. Persone che impattano sul PIL.
E durante queste sessioni ho scoperto una cosa che mi ha colpito molto.
Un enorme analfabetismo digitale di base.
Non parlo di intelligenza artificiale o tecnologie avanzate.
Parlo di cose molto più semplici:
– aprire una e-mail – cliccare un link – capire cos’è un browser – salvare un link tra i preferiti – capire che un QR code è solo un ponte verso una pagina web – distinguere una foto da un PDF – capire cos’è un pagamento digitale
La frase che ho sentito più spesso?
“Eh ma io non sono tecnologico.”
E la cosa sorprendente è che viene detta quasi con orgoglio.
Come se fosse una medaglia.
Come se dire “io non sono tecnologico” significasse “io sono uno che conosce la vita vera.”
È un meccanismo umano molto semplice.
Quando qualcosa cambia il mondo e non lo capiamo, abbiamo due scelte:
1^ scelta imparare 2^ scelta svalutarlo
Molti scelgono la seconda.
Negli anni ’60 milioni di italiani non sapevano leggere e scrivere.
Fu grazie al lavoro straordinario di Alberto Manzi e alla trasmissione Non è mai troppo tardi che un Paese intero venne alfabetizzato.
Non insegnava filosofia. Insegnava a leggere. Insegnava a scrivere.
Le fondamenta.
Oggi ci troviamo davanti a qualcosa di molto simile.
Una nuova forma di analfabetismo.
Quello digitale.
Nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente.
Oggi esiste qualcosa che fino a pochi anni fa non esisteva:
l’identità digitale.
Un’impresa oggi esiste davvero se:
– è trovabile online – è verificabile – è pagabile digitalmente – è riconoscibile nei sistemi informativi.
Se non esisti digitalmente non stai resistendo al sistema.
Non sei ribelle.
Semplicemente diventi invisibile.
E questo porta a una conclusione molto semplice.
La mancanza di identità digitale non porta all’anarchia digitale. Porta all’annientamento.
Servirebbe un nuovo maestro Manzi. Qualche tentativo è stato fatto, ma alle 2 di notte. Ora piu che mai, in Italia un programma del genere, focalizzato sulla digitalizzazione, partendo dalle semplici basi (con un linguaggio semplice), dovrebbe andare in onda durante gli orari di punta.
Su questo tema ha scritto riflessioni molto interessanti anche Renato Curcio (https://www.diestlibri.com/sensibili-alle-foglie/4119-identita-cibernetiche.html), che ha osservato come nell’era delle reti informatiche l’identità non sia più solo anagrafica o sociale.
Diventa anche informazionale.
Esistiamo attraverso:
– dati – tracce digitali – relazioni nelle reti – riconoscimenti nei sistemi informativi
Nel nuovo ecosistema digitale l’identità non è solo ciò che siamo.
È ciò che i sistemi riconoscono di noi. Chi resta fuori da queste reti non vive una forma di libertà. Vive una forma di invisibilità sistemica.
Ed è qui il punto più importante.
Molti piccoli imprenditori pensano che ignorare il digitale sia una forma di indipendenza.
In realtà è spesso una forma di auto-esclusione dal mercato.
Il mondo non si ferma. Il mercato non rallenta. La tecnologia non aspetta.
Chi non costruisce la propria identità digitale non sta facendo resistenza.
Sta semplicemente uscendo dal sistema economico.
Negli anni ’60 serviva imparare a leggere e scrivere.
Oggi serve imparare a esistere digitalmente.
Perché nel XXI secolo l’identità digitale non è un accessorio.
È la nuova forma dell’esistenza economica. E senza quella il rischio non è rimanere indietro. Il rischio è molto più semplice.
Scomparire.